Il potere delle rime

 


La prima volta che ti accorgi del potere delle rime di solito non sei davanti a un libro di pedagogia. Sei seduto sul letto, con un bambino che non vuole dormire. Hai provato tutto: “È tardi”, “Domani scuola”, “Chiudi gli occhi”. Niente. Poi, quasi per scherzo, ti senti dire:

Ninna nanna, ninna oh, questo bimbo a chi lo do… 

E succede qualcosa. Gli occhi smettono di correre in giro per la stanza. La bocca smette di fare domande. Il corpo si rilassa un pochino. Non hai spiegato nulla. Hai solo cantilenato poche parole in rima. Ma il suo cervello ha capito immediatamente il messaggio: “Questo è il momento di fermarsi.”

Da fuori sembra magia. Da dentro è memoria che si accende. Quando le parole iniziano a suonare “familiari”. Immaginiamo un bambino di tre, quattro anni. Intorno a lui il mondo è pieno di parole dei grandi, della TV, della strada, del parco. Sono tante, veloci, tutte uguali. Poi arriva una filastrocca.

Vola vola, farfallina, sopra il naso della bambina… 

La prima volta ascolta e basta. La seconda volta riconosce un pezzetto. La terza, quando sente “Vola vola…”, lui guarda e sussurra: “farfallina”. In quel momento succedono almeno queste tre cose. Si sente al sicuro in quanto riconosce qualcosa che ha già sentito. Prova un piccolo orgoglio perché si ricorda la parola giusta. Si aggancia al suono che ritorna uguale (farfallina/bambina) e gli resta in testa. Sta solo giocando. Il suo cervello, invece, sta costruendo una strada da una parola all’altra, da un suono all’altro. E, come tutte le strade battute spesso, diventa sempre più facile da percorrere. Il momento in cui “ruba” l’ultima parola. C’è un istante che tutti i genitori e gli insegnanti conoscono. 

C’era un gatto sopra un…

Silenzio. Dalla coperta arriva una voce piccola, decisa:

…tetto!

È un attimo minuscolo, ma vale tantissimo. Per arrivare a quella parola, il bambino ha ricordato la scena (il gatto e il tetto), sentito dentro di sé il ritmo della frase, “sentito” che tetto è la cosa che “suona giusta” dopo gatto.

La rima è stata una guida invisibile. Una mano che lo ha portato esattamente al punto giusto. E lui, arrivandoci, si è sentito capace. Quelle piccole vittorie sono carburante puro per la memoria: “Se ci riesco, voglio rifarlo.” Non servono parole difficili per restare nella memoria dei bambini. A volte basta un’immagine assurda, detta bene.

Usiamo una rima inventata al volo:

C’è un pinguino nel salotto, beve il latte, fa il biscotto…

Non ha nessun senso logico vedere un pinguino nel salotto. Ma nella testa del bambino quella scena si accende in un lampo: il pinguino buffo, il salotto di casa sua, il biscotto che si spezza nel latte. La rima salotto/biscotto tiene insieme queste immagini come se fossero appese a un filo musicale. Domani, chiedendo: 

“Ti ricordi del pinguino nel…?”

È molto probabile che lui apra un sorriso e completi: “salotto!”. La rima ha fatto da colla tra la parola e l’immagine.

Ripetere senza accorgersene

La memoria ha una richiesta noiosissima: “Vuoi ricordare? Allora devi ripetere.” Agli adulti la ripetizione pesa. Ai bambini… travestita bene, piace tantissimo. Una filastrocca raccontata ogni sera, sempre uguale, non annoia quasi mai i piccoli. Anzi, spesso siamo noi a stancarci prima di loro.

“Di nuovo quella?”

“Sì, quella del lupo che starnuti-sciù!”

 Ogni “ancora” è una nuova conferma (“la so, la so davvero”), un tassello in più che fissa le parole, un’abitudine rassicurante. La rima è come una scatola colorata in cui la ripetizione si nasconde e diventa gioco.

Un orecchio che impara a distinguere

Un pomeriggio, magari mentre siete in macchina, provi questo gioco:

 

“mare fa rima con sole?”

“Nooo!”

“mare fa rima con fiore?”

“Nooo!”

“mare fa rima con amare?”

“Sì!”

Non si tratta solo di riempire il tempo. In quel momento il bambino si allena ad ascoltare bene i suoni finali delle parole, sentire quando due parole “vanno d’accordo” e quando no, smontare le parole come fossero costruzioni. Nessuna scheda, nessun esercizio formale. Solo gioco. Eppure, sotto la superficie, sta nascendo quella capacità sottile di “ascoltare i pezzi” delle parole che un giorno gli servirà per leggere e scrivere. Quando anni dopo gli diranno che la parola “mare” si scrive con la M perché fa “mmm”, lui non parte da zero: il suo orecchio ha già molta esperienza, grazie a tutte quelle rime giocate per strada, a tavola, sul letto.

Quando la rima diventa un luogo sicuro 

C’è anche un altro aspetto, più silenzioso ma potentissimo. Pensiamo a una routine serale con pigiama, luci che si abbassano, il letto che scricchiola, e sempre, sempre, le stesse quattro righe in rima.

Magari sono queste: Occhi chiusi, luci piano, sogni dolci, dammi la mano.

Ogni sera, quell'insieme di gesti e parole crea qualcosa di invisibile: un rifugio. Dopo qualche tempo, non è più solo “la filastrocca della buona notte”. È un codice segreto che dice al suo corpo che è ora di fermarsi, alla sua mente che non è solo, al suo cuore che quel momento appartiene solo a voi.

E tutto questo, grazie a due rime semplicissime: piano–mano.

Quando anni dopo sentirà parole simili, forse si ricorderà proprio di quel letto, di quella mano, di quella sicurezza. La memoria dei bambini non conserva solo frasi: conserva sensazioni attaccate alle frasi.

Il giorno in cui cominciano a inventare loro

All'inizio, siamo noi a guidare: cantiamo, raccontiamo, facciamo le voci. Poi, piano, la situazione si ribalta. Leggi: Sunny Simon alle sei e un quarto… e senti una voce accanto a te che aggiunge: …fa un baccano, sembra un concerto! La rima non è perfetta? Non importa. Quello è il momento in cui il bambino non sta più solo “ricordando”: sta creando con ciò che ricorda. Ha capito il gioco: il verso deve finire con qualcosa che “suona bene”, il senso può essere buffo, esagerato, assurdo, le parole non sono più solo ricevute, ma anche manipolate.

Il bambino deve ricordare abbastanza per “restare nel gioco” e allo stesso tempo osare abbastanza per inventare. In fondo, il segreto delle rime è questo. Se togliamo tutte le spiegazioni tecniche, rimane un’immagine semplice: le rime prendono le parole, che di solito camminano ognuna per conto suo, e le fanno danzare in coppia. Quando le parole danzano, allora il bambino le guarda affascinato, torna a vederle volentieri, se le ricorda senza sforzo. Dietro ogni “Ancora la storia del gatto sul tetto!” c’è un cervello che si allena a riconoscere, ripetere, creare.

Tu magari ti senti solo un adulto un po’ sciocco che canta cose in rima. Ma per lui, ogni volta che fai ballare le parole, stai costruendo un pezzo della sua memoria, del suo linguaggio, del suo modo di pensare.

E un giorno, quando sarà grande e sentirà da qualche parte una rima stonata ma familiare, forse sorriderà e si ricorderà di te, di quel letto, di quelle sere infinite in cui le parole non erano compiti… ma giochi che non voleva finissero mai.



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